Articolo di Ecolloquia che si sofferma su diversi aspetti del disagio psichico in ambito migratorio e sui disturbi causati dai conflitti bellici fra i bambini.

“Circa 250 milioni di persone nel mondo vivono al di fuori del proprio paese di origine. Migranti per lavoro, migranti per motivi di studio, migranti per amore. Ma anche migranti obbligati, migranti per necessità: sono circa 65 milioni, ad esempio, quelli in fuga dal proprio paese a causa di guerre e persecuzioni. Altri ancora scappano da fame, epidemie, cambiamenti climatici. A prescindere dai motivi che portano alla partenza, tuttavia, la migrazione è sempre un evento psicologicamente rilevante. “Che sia una scelta subita o voluta, è un atto che segna la vita dell’individuo e può comportare modificazioni importanti nella storia familiare presente o futura”, scrive Davide Bruno, psichiatra e autore del libro Alle frontiere della 180, in cui parla della sua pratica clinica con soggetti migranti. Ne risulta che queste persone soffrono più frequentemente rispetto alla popolazione generale di problemi come ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress e psicosi – condizioni che, nella maggior parte dei casi, non trovano un adeguato trattamento.
Quello della salute mentale dei migranti è tuttavia un problema complesso e caratterizzato da grande eterogeneità. Le manifestazioni patologiche, infatti, possono essere la conseguenza delle condizioni ambientali e psico-sociali che hanno caratterizzato la vita dell’individuo nella fase precedente la partenza, ma possono anche dipendere da esperienze traumatiche vissute durante il viaggio o, infine, da una mancata integrazione nel tessuto sociale del paese d’accoglienza. Più spesso, purtroppo, sono il risultato della combinazione di tutti e tre questi fattori, con l’aggiunta di eventuali vulnerabilità genetiche e di un costante stato di stress causato dall’incertezza della propria condizione.
In alcuni paesi di partenza dei migranti, infatti, le esperienze traumatiche sono all’ordine del giorno. Un report prodotto recentemente da Save The Children ha evidenziato come molti bambini siriani vivano dall’inizio del conflitto in uno stato di agitazione permanente – definito di “stress tossico” – causato dalla percezione del rischio costante di essere coinvolti in bombardamenti, attacchi e violenze. […]

Il periodo che precede la partenza di un migrante è quindi fondamentale nel definire la sua vulnerabilità psicologica, ma un momento altrettanto critico è rappresentato dal viaggio. Spesso queste persone, soprattutto se in fuga da guerre e persecuzioni, devono affrontare delle traversate chilometriche in condizioni di estrema difficoltà. In queste situazioni non è raro subire o assistere a violenze e maltrattamenti, a cui possono aggiungersi lutti e periodi di detenzione in strutture sovraffollate e mal gestite. “Ogni giorno sentiamo pazienti dire che avrebbero preferito morire nei loro paesi piuttosto che rimanere intrappolati qui”, sostiene Jayne Grimes, responsabile delle attività psichiatriche del centro di prima accoglienza di Samos, isola al confine tra Grecia e Turchia, dove stazionano più di 3000 migranti (in una struttura progettata per contenerne 700).
Non sorprende quindi che una parte considerevole dei migranti che arrivano a destinazione soffra di disturbi psichiatrici. Uno su tre, secondo uno studio della Croce Rossa svedese, tra coloro che dalla Siria partono per raggiungere il paese scandinavo. Le patologie più frequenti risultano essere depressione, ansia e disturbo post-traumatico da stress. Ma è anche noto, ad esempio, che la popolazione dei migranti presenta un tasso più elevato di psicosi – fino a 10 volte quello della popolazione del paese ospitante (6). Recentemente, uno studio ha ipotizzato che tale associazione potrebbe dipendere da fattori neurobiologici. Infatti, a prescindere dal loro status clinico, i migranti analizzati sono risultati caratterizzati da un’iperattivazione del sistema dopaminergico, fenomeno che si rileva anche in molti pazienti schizofrenici. “Ci sono più fattori potenzialmente coinvolti in questa alterazione, – spiega Romina Mizrahi, direttrice della Focus on Youth Psychosis Prevention Clinic di Toronto, tra gli autori della ricerca – tra cui gli effetti della discriminazione, dell’isolamento sociale e della resilienza”.
L’arrivo alla meta, infatti, non è mai privo di minacce. Da un punto di vista psicologico, la cultura della madre patria e quella del paese ospitante, spesso profondamente diverse, entrano in conflitto. “Nel caso della migrazione, la struttura culturale interna non corrisponde più a quella esterna e non può modificarsi con essa, seguendone i cambiamenti”, spiega Bruno. “Essa non è solo insufficiente a codificare il nuovo mondo, ma rimane anche ancorata a un sistema di riferimento che si congela al momento della partenza”. Inoltre, in molti casi la migrazione non interessa singoli individui, ma intere famiglie. Queste, isolate ed esposte a fenomeni di razzismo, tendono a chiudersi in se stesse. “Il rifiuto da parte della società di accoglienza – continua Bruno – comporta come risposta il ricorso all’incremento della coesione interna del gruppo”.
Le soluzioni messe in campo dai sistemi sanitari per affrontare il problema della salute mentale dei migranti sono varie, anche se spesso sotto-finanziate e non coordinate tra loro. Queste sono raggruppabili in due grandi famiglie: la sensibilizzazione e la formazione degli operatori che già lavorano nelle strutture sanitarie presenti e l’apertura di servizi specifici, con personale dedicato.
Tuttavia, come sostiene Bruno, è sempre difficile per i clinici che si occupano di questi pazienti accedere ai servizi di traduzione adeguati o poter coinvolgere consulenti in campo socio-antropologico: “L’etnopsichiatria sembra attirare su di sé un duplice pregiudizio: quello legato alla malattia mentale e quello legato alla posizione del migrante come soggetto portatore di alterità perturbante”. Il risultato è un sistema incapace di affrontare una situazione definita da James Kirkbride, epidemiologo dell’University College London, “una tragedia di salute pubblica”.
Spesso i politici considerano l’integrazione un processo fondamentale ai fini della sicurezza. “Vari attentati terroristici avvenuti in Europa negli ultimi due anni sono stati realizzati da migranti, alcuni dei quali con problemi psichici conclamati”, scrive la giornalista Allison Abbot in un articolo pubblicato su Nature. Tuttavia, medici e ricercatori sono concordi nel sostenere che non esista un link tra migrazione, salute mentale e terrorismo. Il problema è quindi più rilevante in termini sanitari: “È scandaloso che non venga considerato una tragedia, come si farebbe con un’epidemia in ambito medico”, aggiunge Kirkbride. Un disinteresse che, secondo Bruno, potrebbe dipendere da valutazione pregiudiziali: “C’è un razzismo sottile e difficilmente percepibile come tale nel rifiuto delle istituzioni, sotto il pretesto di motivazioni economiche, di dare spazio a dispositivi concepiti specificamente per i migranti: essi rappresentano una popolazione ai margini dei circuiti di potere, che non ha diritto di voto, spesso sfruttata sul mercato del lavoro. Una popolazione che non ha voce, soggetta a una duplice emarginazione, in quanto prevalentemente costituita da poveri e stranieri”.

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