Articolo di Psicologia Transculturale che approfondisce la relazione fra i fattori di rischio psichico di migranti e richiedenti protezione internazionale e le caratteristiche del sistema di accoglienza italiano.

Sebbene la più recente normativa abbia ulteriormente mutato il quadro organizzativo del sistema di accoglienza, le considerazioni condotte in quest’articolo restano particolarmente attuali in relazione alle problematiche che riguardano i Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas). Nelle conclusioni alcune riflessioni in merito alle risposte psicoterapeutiche e all’importanza di far riferimento all’approccio transculurale dell’ etnopsichiatria.

“Fino a qualche anno fa l’Italia ospitava il flusso dei richiedenti asilo attraverso il loro invio in centri governativi di prima accoglienza  o negli SPRAR (Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Nel Gennaio-Marzo 2014, successivamente all’incremento esponenziale degli sbarchi, il Ministero dell’Interno richiedeva alle Prefetture di reperire in via temporanea della strutture di accoglienza dei migranti nei vari territori di competenza; solo un mese più tardi il Ministero avrebbe emanato un’altra circolare per promuovere l’espansione di questo “piano straordinario”. È così che nasce il sistema dei CAS (centri di accoglienza straordinaria) […].

Queste strutture di carattere emergenziale sono emanate dalla Prefettura, che appalta a cooperative del privato sociale ma anche ad imprenditori privati la gestione di abitazioni di varia natura, realizzate in alberghi, B&B, case private, appartamenti affittati ad Hoc, ex scuola o caserme ed altri edifici pubblici/privati in disuso.

Accoglienza dei migranti. Fattori di rischio

I gestori della struttura ricevono il mandato dalla Prefettura di erogare un servizio di accoglienza base, comprendente l’assistenza e gestione amministrativa del migrante, che riceve consulenza ed assistenza legale al fine di preparare al meglio la propria commissione ed i relativi documenti; assistenza e screening sanitario, servizi di pulizia ed igiene ambientale, erogazione pasti e beni di prima necessità (vestiti, prodotti igiene personale, compenso giornaliero di 2,5 euro, scheda telefonica di 15 euro) a fronte di una retta giornaliera di 35 euro a migrante.

[…] Il CAS non prevede sistematicamente servizi o attività di inserimento lavorativo e sociale nel territorio, limitandosi buona parte delle volte a garantire corsi di alfabetizzazione italiana di base. Le caratteristiche fisiche e logistiche dei locali adibiti a centri di accoglienza straordinaria, inoltre, influenzano fortemente il tipo di attività che si potrà andare a fare nei CAS: la maggior parte delle strutture reperite sono lontane e mal collegate col tessuto urbano-sociale circostante, imponendo ai suoi utenti una situazione di isolamento e segregazione fisica dal resto del contesto territoriale.

Questi fattori, uniti a limiti di tempo, mandato ricevuto, risorse umane ed economiche investite, fanno sì che il CAS presenti una progettualità piuttosto ristretta. Questo fatto, unito alla lunga permanenza media in suddette strutture (mediamente un anno), determina una condizione di inattività prolungata per il beneficiario, condizione che molte volte può portare allo sviluppo di sindromi depressive e/o fenomeni di ritiro all’interno dei centri.

Piccole realtà di accoglienza dei migranti virtuose

Tale descrizione e generalizzazione non rende giustizia alla grande eterogeneità presente all’interno della “galassia” dei centri d’accoglienza dei migranti, fra cui spiccano realtà virtuose, per quanto vada sottolineata una tendenza generale che può diventare norma in buona parte delle strutture coinvolte. […].

Accoglienza dei migranti. La Risposta psicoterapeutica

Per quel che riguarda la risposta psicoterapeutica messa in atto dalle strutture in riferimento ai problemi connessi all’accoglienza dei migranti, bisogna dire che essa è parziale e non sempre all’altezza della situazione (sia per mancanze di risorse e numeri significativi dell’equipe curante, sia per la mancanza di conoscenze specifiche nel settore), tant’è vero che gli stessi collegamenti con i CSM e gli specialisti del Territorio sono carenti e non sistematici.

Verosimilmente ciò accade anche per la relativa novità di questa emergenza, che ha portato gli addetti ai lavori a ricercare altrove degli adeguati modelli teorici e di intervento clinico. In questo caso per esempio ci si è rivolti al modello francese, dove avendo avuto già 50-60 anni fa dei cospicui flussi migratori dall’Africa sahariana e sub-sahariana, si è avuta la possibilità di elaborare nuove metodologie di ricerca, comprensione ed intervento con questa popolazione clinica. Il modello in questione è quello dell’Etnopsichiatria di Devereux e Thobie Nathan […]”

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