In “Il benessere psicosociale di richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e permesso di soggiorno umanitario: un’analisi del sistema di seconda accoglienza integrata in Italia”, pubblicato su Iriad Review nel 2019, Camilla Macciani propone un “approfondimento sulla relazione tra migrazione, trauma e sofferenza e propone una definizione di ‘benessere psicosociale’ multidimensionale, basata sulla concettualizzazione fornita dal ‘Psychosocial Working Group’”[1] offrendo spunti stimolanti.

L’invito è a leggere la pubblicazione per intero, ma l’idea, qui, è di rilanciare alcuni passaggi, che, anche decontestualizzati dalla ricerca complessiva, offrono un’occasione di riflessione e istigano a una lettura alternativa dei contesti in cui residenti e più o meno nuovi “arrivati” convivono.

L’espressione appropriata non è dunque migrazione involontaria (involuntary)” o forzata, come solitamente la si definisce in italiano, “ma obbligatoria (compulsory), poiché quest’ultima mette in evidenza le costrizioni esterne pur riconoscendo la scelta attiva portata avanti dagli individui e, di conseguenza, il loro ruolo di attori intenzionali (purposive actors) (Turton 2003)”

E ancora:

Dal punto di vista culturale, è possibile sostituire il termine interazione a integrazione, poiché quest’ultimo fa solitamente riferimento all’egemonia di una cultura sull’altra, con una parte che integra e una che è integrata, e all’omogeneizzazione delle differenze culturali. (Zagrebelsky 2006)”.

Obbligatoria – forzata; interazione – integrazione.

In entrambe le coppie, i termini proposti spostano l’attenzione sui soggetti delle azioni corrispondenti. Chi “adempie” all’ obbligo di migrare agisce in risposta alle circostanze; l’interazione, proposta in alternativa all’integrazione, chiama in campo la necessità di agire ed entrare in relazione e pertanto entrambe le parti in causa risultano protagoniste in egual misura.

Ovvero: chi arriva sui nostri territori è soggetto dotato di capacità e intenzionalità di agire tanto quanto chi vi è già insediato, pur e a prescindere dal loro essere al contempo portatori di bisogni, culture e condizioni differenti, e la compresenza genera meccanismi di relazioni e dinamiche, inevitabili e mai indifferenti, incidendo sugli assetti sociali anche preesistenti.

Il punto di vista sul “qui e ora”, tanto di chi arriva che di chi c’è già, permette di cogliere le conseguenze/prodotti delle azioni di tutti gli agenti (com)presenti sulla scena, che a sua volta diventa risultato, e non sfondo sul quale esercitare “interventi” di integrazione – che potrebbero risultare, come spesso risultano, “percorsi di integrazione asimmetrici”, lungo i quali è troppo facile scivolare nella creazione di posizioni egemoniche, quelle delle società di accoglienza, e subalterne.

Se il migrato venisse non interpretato attraverso la sua storia personale o la sua cultura (di cui pure non si discute l’importanza), ma considerato per quello che è, individuo presente e agente, il concetto stesso di accoglienza, così come attualmente inteso in Italia, dovrebbe necessariamente essere ridefinito. Altrettanto necessariamente, riferimenti sociali e culturali assunti a parametri di interpretazione risulterebbero meno stabili. Il ben-essere psico-sociale dei migrati è interconnesso con quello degli abitanti originari e viceversa.

La quotidianità di immigrati, migranti e non produce azioni e relazioni, crea dinamiche e interazioni, ça va sans dire, a prescindere, per il semplice fatto di esistere e condividere uno stesso spazio nello stesso tempo, in un sistema integrato di azioni, reazioni e reificazioni.

L’impianto normativo e politico sull’immigrazione affida i temi dell’integrazione ormai, alla sola “seconda accoglienza”, e considera i beneficiari di protezione internazionale in chiave sociale quando importanti fattori di ben o mal essere tanto personale quanto sociale sono già stati incontrati, sperimentati, elaborati e probabilmente anche rielaborati.

Per chiunque entri in contatto con un richiedente asilo, al di fuori dei contesti di accoglienza, è facile constatare la forza proattiva con la quale, indipendentemente dai risultati, i seppur nuovi-arrivati vivano la loro presenza sui territori. Anche se spesso mimeticamente, di fatto, la maggior parte dei migranti si cala, o tenta di calarsi, nel tessuto sociale e, soprattutto, economico territoriale ben prima di quanto previsto nell’immaginario delle politiche di accoglienza. La vita “amministrativa” scandita dai tempi procedurali e normativi e la vita personale e sociale scorrono dissincrone.

Benché l’incertezza dello status giuridico sia traducibile nella realtà dei sistemi e dei parametri psico-sociali di vita occidentale in una incertezza esistenziale, la vita quotidiana dei richiedenti asilo in attesa di documenti, come pure quella di chi i documenti se li è visti negare ed è quindi destinato a una vita da “irregolare”, non subisce sospensioni e non esclude mai la possibilità di modularsi su una dimensione “alternativa”, se necessario. La mancanza di un riconoscimento “pubblico” della propria presenza è un aspetto vissuto nella maggior parte dei casi come solo un dettaglio. Basti pensare a quanti migranti, se opportuno o necessario, sono disposti ad andare a lavorare in altri Paesi europei fruendo, e neppure sempre gratuitamente, di altrui identità. O quanti convivano comunque serenamente con dati anagrafici diversi da quelli corretti, foss’anche il nome, o senza conoscere la propria vera data di nascita. La provenienza da contesti culturali e sociali nei quali l’identità è sancita da relazioni familiari e sociali piuttosto che da procedure amministrative e legali consente loro di ammortizzare situazioni e condizioni che nel sistema di pensiero occidentale verrebbero vissute invece come invalidanti.

L’immagine del migrante quale vittima di circostanze drammatiche nel proprio Paese di origine e nei paesi di transito, relegato dalle lungaggini burocratiche e amministrative in una condizione di “richiedente” e “ospite in accoglienza”, seppur non falsa, è un’immagine allo stesso tempo non completamente vera e sicuramente non sufficiente a rappresentare la presenza e l’incidenza dei nuovi arrivati sui territori.

Prima ancora e anche al di là delle aspettative e delle previsioni, della consapevolezza individuale e sociale dei contesti riceventi, chi arriva è, c’è e intesse con la sua nuova realtà una relazione complessa e inevitabile dal cui prodotto dipendono: la sua sopravvivenza, materiale ed esistenziale, il successo della sua migrazione, ma anche le mutazioni socio-culturali dei contesti di insediamento.

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